AI: Prompt vs Conversazione

AI: Prompt vs Conversazione


C’è stato un periodo – tipo l’anno scorso, quando eravamo tutti giovani e ingenui – in cui l’umanità si è convinta che per parlare con l’AI servisse una specie di incantesimo nerd.
Immaginate: milioni di persone che scrivevano prompt come fossero formule matematiche. “Agisci come un esperto di [inserire professione o codice ateco], considera il contesto [inserire vita, morte e miracoli], utilizza un tono [inserire aggettivo a caso]…”
Certo, se volevi la riscrittura di un documento professionale, il prompt ingegneristico era più efficace di “Scrivimi un contratto e già che ci sei anche una poesia sul mio gattino”.
Ma si è anche alimentato un equivoco enorme, accompagnato dalla nascita di una micro-bolla che ha visto il proliferare di corsi sul prompt engineering, elenchi di prompt per ogni settore, e manuali. Tanti manuali.
Infatti nonostante fosse evidente che questa nuova AI generativa si caratterizzava per la sua capacità conversazionale, per il suo linguaggio naturale – non di programmazione – il mondo degli informatici l’ha venduta come un software, tentando inoltre di creare un neolinguaggio, una sorta di commistione tra quello di programmazione e quello naturale (molti si stanno ancora chiedendo “dove accidenti è la parentesi quadra sulla tastiera?”).
La verità, sempre più evidente, è che l’AI non chiede un linguaggio di programmazione per dare il meglio di sé. Chiede che tu sappia cosa vuoi e che tu sappia spiegarglielo, CON PAROLE TUE.
Gli agenti AI sanno già eseguire alla perfezione. Il problema è che eseguono esattamente quello che chiedi. Anche quando non hai la minima idea di cosa stai chiedendo.
L’AI amplifica. È la sua natura. Se hai una strategia brillante, insieme diventate imbattibili. Se non ce l’hai? Beh, congratulazioni: hai appena automatizzato l’incompetenza.
“Quindi?” ti chiederai. “Se mi togli anche il prompt, come governo questa strana tecnologia?”
La risposta è più semplice della domanda: PARLANDOCI. Conversando. Spiegando. Come faresti con un cliente, con un collaboratore.
Il rapporto con l’AI oggi, e sempre più in futuro, si fonda sul dialogo, non sulle formule. Tu spieghi, integri dettagli, cogli gli stimoli che l’AI ti dà, correggi il tiro, e lei ti segue, ti moltiplica le visioni e le opzioni, ti potenzia nel lavoro che fai. Più ci lavori come se fosse davvero un collaboratore (cosa che, effettivamente, è), più le sue risposte e le sue analisi saranno straordinariamente utili, puntuali e personalizzate.
Il futuro non appartiene ai tecnici del prompt. Appartiene ai Comunicatori. Quelli che sanno cosa vogliono prima ancora di aprire la chat. Quelli che definiscono obiettivi, target, contesti. Quelli che – concetto rivoluzionario – sanno pensare strategicamente e creativamente.
Quindi la domanda vera non è “Cosa sa fare l’AI?”
È: “Tu sai comunicare all’AI cosa ti serve davvero?”

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